Qualche pensiero sui Packers dopo il rinnovo di Aaron Rodgers

1) Non lasciatevi ingannare dalle cifre del contratto di Rodgers (contratto più alto nella storia della NFL, signing bonus più alto nella storia della NFL, guaranteed money più elevata nella storia della NFL, average annuale più alta nella storia della NFL). Sembra essere un ottimo contratto, strutturato in maniera intelligente grazie anche ai due anni restanti sul contratto attuale. I 134 milioni in quattro anni (33,5 milioni l’anno) di estensione, verranno spalmati su sei anni, comprendendo anche i due anni che restavano sul vecchio contratto. In questi due anni (2018-2019) Rodgers avrebbe avuto un impatto sul Salary Cap di 20,5 (2018) e 21,1 milioni (2019). Sommando questi 41,6 milioni ai 134 di “new money”, l’average annuale diventa di 29,3 milioni di dollari. Col Cap che negli ultimi anni è cresciuto di almeno dieci milioni di dollari l’anno, la percentuale di cap investita su Rodgers diminuirà progressivamente. Anche il precedente contratto era il più alto della storia, e ce la siamo cavata bene ugualmente;

2) Con questa estensione, Rodgers è legato ai Packers fino al 2023, quando avrà 41 anni. Progressivamente l’atletismo quasi soprannaturale con cui gioca andrà scemando, lasciandogli comunque l’incredibile intelligenza e l’elevatissimo football IQ per risultare ugualmente letale giocando nella tasca anzichè come gioca ora. Ci divertiremo ugualmente, anzi forse anche di più. Chi segue questa pagina da tempo sufficiente sa che le mie critiche nei confronti di Rodgers riguardano la sua testardaggine nel non voler giocare in maniera strutturata. Quando sarà costretto a farlo da Madre Natura, vedremo un QB letale nelle letture, che gioca in ritmo, che rilascia rapidamente il pallone e che non verrà fermato neanche con le cannonate dalle difese avversarie;

3) La trade che ha spedito Brett Hundley a Seattle, nonostante le scene di giubilo con cui è stata accolta sui social network, mi lascia abbastanza perplesso. Che DeShone Kizer abbia maggior upside è palese e lo abbiamo più volte ripetuto anche nel podcast, ma non sarebbe pronto a subentrare a Rodgers quest’anno in caso dovesse succedere qualcosa. Neanche Hundley era pronto l’anno scorso, direte voi, e siamo d’accordo, ma allo stesso modo tra Hundley e Kizer il miglior QB nel corso di questa Preseason era Hundley. Senza considerare come l’anno scorso uno dei pochi QB statisticamente peggiori di Hundley sia stato proprio Kizer. Si è scommesso sul potenziale di Kizer, ma soprattutto sul fatto che quest’anno Rodgers giochi tutte le partite. Incrociamo le dita;

4) Si è parlato ad nauseam dei motivi per cui dal 2015 ad oggi i Packers abbiano deluso le aspettative. Posto che deludere le aspettative, quando le aspettative sono il Lombardi Trophy ogni anno, è abbastanza semplice, credo che si possa sintetizzare il tutto così, dal punto di vista “filosofico”: Ted Thompson voleva costruire il roster a modo suo, Mike McCarthy voleva allenare la squadra a modo suo ed Aaron Rodgers voleva giocare QB a modo suo. Gli sconvolgimenti apportati in offseason a Front Office e Coaching Staff dovrebbero aver portato gli uomini-chiave ad un riallineamento, e dovremmo dunque vedere maggiore sinergia tra GM, head coach e QB;

5) Non perdonerò mai a Brian Gutekunst il rilascio di Jordy Nelson, ma devo ammettere che sulla carta le sue mosse fino a questo momento (Jordy a parte) sono state impeccabili. Ha ricostruito un reparto, quello dei tight-ends, che da almeno un decennio viveva nell’anonimato e che nella persona di Brandon Bostik ci è anche costato materialmente una apparizione al Super Bowl. Ha creato quella che (ancora sulla carta) è una delle migliori D-Line della Lega, aggiungendo Mo Wilkerson a Mike Daniels e Kenny Clark. Ha ricostruito il reparto dei cornerbacks, grazie a due ottime scelte al Draft, Jaire Alexander e Josh Jackson, aggiungendovi il vecchio cuore Packers Tramon Williams a far da chioccia. Ha giocato sapientemente con trade-up e trade-down durante lo scorso draft, portando a casa una prima scelta supplementare nel 2019. Se non avesse tagliato Jordy, il mio voto alla sua prima offseason da GM sarebbe 9. Il fatto che stia continuando a modificare il roster, con due piccole trade negli ultimi tre giorni, fa ben sperare circa la sua tenure da GM e sul fatto che abbia la predisposizione mentale per non restare arroccato nella sua torre d’avorio come troppo spesso ha fatto Ted Thompson negli ultimi anni.

GO PACK.

Salvatore Ioppolo

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IPFN #81 – Siamo vivi

La vittoria di Chicago ha ridato speranza ad ambiente e tifosi, mostrando sostanziali miglioramenti nelle prestazioni di Brett Hundley e della difesa. Ripartire dopo l’infortunio di Rodgers, e ritornare ad assaporare il gusto della vittoria, era fondamentale per affrontare l’ultima parte di stagione col giusto spirito, continuando l’inseguimento ad un posto nei playoffs. Ci avevano dati per morti, ma siamo ancora vivi.

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Mike McCarthy, a highly successful NFL coach

Se dovessimo individuare, all’interno del contesto della Nfl tutta, una persona eccessivamente soggetta a critiche e dubbi, la nostra scelta più popolare ricadrebbe con pochi dubbi su Mike McCarthy. Capita difatti spesso di trattare il football americano con la superficialità con cui si discuterebbe di qualsiasi altra disciplina sportiva, dimenticandosi tuttavia di sottolineare tutte le micro-componenti che possono variare i destini di ogni squadra, e della minuziosa preparazione che sta sotto ad ogni partita a cui si assiste.
 
Chi conosce bene il football sa che la Nfl vive anche su leggi non scritte, concetti tramandati oralmente di generazione in generazione ma sempre validi, e che uno di questi riguarda il saper essere vincenti organizzando al meglio il materiale a propria disposizione. Non si tratta difatti di mettere in campo alcuni giocatori più forti di altri e ritrovarsi tra le mani un matematico vantaggio, o meglio conta anche questo ma non solo. Uno dei pilastri del football è rappresentato dalla profondità del roster, dalla presenza di valide alternative, dal saper porre rimedio anche davanti alla sfortuna ed all’avversità portata dagli infortuni, una variabile impazzita che si trova spesso a cambiare le prospettive di una squadra, ed è una cosa che succede a tutti perché – non dobbiamo certo insegnarlo noi – questo è uno sport di contatti violenti, e restare fuori per la stagione per infortunio non è un qualcosa di così difficile.
 
McCarthy è andato sul patibolo un po’ troppo spesso considerando il suo status all’interno della Lega e la sua capacità di adattamento alle avversità, e questa stagione ne è l’ennesima dimostrazione. Dai Packers ci si attendono sempre grandi cose, e grandi cose sono sempre arrivate ponendo la questione in una retrospettiva che vede l’attuale head coach presenziare sulla linea laterale sin dalla stagione 2006, una rara quanto sottovalutata longevità che si traduce in un segno di granitica stabilità della franchigia, nonché tenendo conto della media di vittorie annuali registrate da Green Bay nel medesimo periodo di tempo, numeri che metà delle franchigie appartenenti alla Nfl si sognano di notte.
 
Un conto è criticare apertamente la squadra durante una striscia perdente poco giustificata – ed il riferimento non può che andare alle quattro sconfitte consecutive riportate nella parte mediana della stagione 2016, terminata comunque con la disputa del Championship della Nfc – un’altra questione è invece il dare automaticamente per spacciata una squadra priva della sua indiscussa superstar, Aaron Rodgers, senza attendere un numero adeguato di partite prima di emettere giudizi affrettati. In questo momento i Packers stanno cercando di sopravvivere come meglio possono nella speranza di poter concorrere almeno per una Wild Card, osservare da vicino il recupero del loro quarterback titolare ed abbinare le due cose restando a vedere che succede. E tutto sommato stanno sopravvivendo bene.
 
Chiaro che vista così come oggi non sia una squadra da Super Bowl, troppe assenze e troppi punti di domanda, ma una squadra competitiva quello sì, perché una speranza va comunque data a chi ha già dimostrato tanto nel presente e nel passato. McCarthy, in ogni caso titolare di uno scintillante anello e di parecchie stagioni di successo, si è già dovuto re-inventare con Rodgers fermo a lungo per infortunio, e la scommessa l’ha vinta lui. Quattro anni fa, stesso tipo di infortunio ma spalla differente, Green Bay è riuscita a barcamenarsi tenendosi a galla nella seconda parte della stagione con Matt Flynn e Scott Tolzien intenti a pigiare i tasti offensivi, fornendo il tempo necessario per il recupero di un Rodgers poi rientrato in tempo per il finale di regular season, puntuale nel vincere lo scontro diretto per l’accesso alla postseason contro i Bears.
 
Il fatto che McCarthy si sia arrangiato con i propri mezzi è dimostrato dal fatto che si sia letteralmente inventato un running back convertendo un ricevitore di ruolo (Ty Montgomery) portando benefici ad un gioco di corse mai eccelso ma comunque in grado di fornire giocate importanti in diversi momenti delicati, nonché dalla sua decisione di spedire i chili in eccesso di Eddie Lacy altrove per ristrutturare un backfield sostenuto, oltre che da Montgomery, da un gruppo di ragazzi scelti al Draft senza esperienza professionistica, e che in più di qualche circostanza ha dovuto rinunciare a pezzi importantissimi della linea offensiva, decimata dagli infortuni.
 
Quelli di oggi sono dei Packers diversi dal solito, semplicemente perché Brett Hundley non potrà mai essere Aaron Rodgers. Il compito di Hundley è quello di tenere al minimo gli errori e prendere decisioni opportune, il compito di McCarthy è quello di proteggerlo adeguatamente, togliergli pressione e semplificargli la vita, creando quelle giocate che contro Chicago, sotto la pioggia, si sono cominciate a vedere. Con un backfield concreto, una difesa aggressiva ed una corretta gestione del piano partita Hundley ha tirato su numeri da cineteca nel secondo tempo, e questo può essere il punto di ripartenza della squadra.
 
Nello stesso momento in cui Rodgers non si è alzato da terra era facilmente prevedibile una discesa delle quotazioni di franchigia, fatto peraltro sostenuto dalle tre sconfitte consecutive patite fin dall’uscita dal campo del numero dodici, ma la reazione c’è stata. Montgomery, ancora alle prese con l’infortunio alle costole, ha risposto presente. Aaron Jones (fuori pure lui dalle tre alle sei settimane) e Jamaal Williams hanno fornito un contributo prezioso trasformando il gioco dei Packers in un qualcosa di molto vicino al fisico, il che fornisce la chiave di lettura corretta per capire il prosieguo della stagione giallo-verde. Hundley ha finalmente cominciato a confezionare qualche big play con l’ausilio di Davante Adams.
Chi desiderasse salire troppo presto sul carro dei vincenti dovrà attendere altre utili controprove, una rondine non fa primavera e ne siamo ben coscienti, però Green Bay ha dimostrato di avere una possibilità. Ed il merito va ancora una volta verso chi ha fornito una presenza costante su una delle sideline più titolate di sempre, rispondendo ad aspettative sistematicamente alte, un compito non certo adatto a tutti. McCarthy, invece, a suon di vittorie, è ancora qui.  
Davide Lavarra

IPFN #80 – Fire Capers

L’ennesima prestazione inutile della difesa, unita all’assenza di Aaron Rodgers in attacco ed alla conseguente impossibilità di generare lo stesso volume di gioco offensivo con Brett Hundley, rischia di catapultare i Packers dal ruolo di contender a quello di detentori di una top-10 pick nel prossimo draft. Hundley, al centro di vergognose polemiche sui social network, è apparso decisamente in miglioramento rispetto alla prima da titolare, ma ha ancora bisogno di tempo per poter reggere sulle proprie spalle tutto ciò che gli si vuole appioppare. C’era bisogno di un salto di qualità da parte della difesa per tenere a galla morale e stagione, e questo salto di qualità la difesa di Capers ha pensato bene di farlo all’indietro.

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IPFN #79 – La mamma di Barr ha la coda

Come intuibile dal titolo, in questa puntata post-bye e pre-Lions analizziamo in dettaglio i problemi dei Packers a metà stagione. Avremo diversità di vedute sulla difesa, ma ci troviamo perfettamente d’accordo sulla mamma di Anthony Barr.

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IPFN #78 – Hundley Time

L’infortunio ad Aaron Rodgers ha cambiato radicalmente il corso della stagione dei Packers. Ora tocca a Brett Hundley tenere vive le speranze di accesso ai playoff, e per farlo dovrà in primis cercare di sopravvivere ad una offensive line in cui al momento tre titolari su cinque sono infortunati. Allo US Bank Stadium il 7 ha fatto vedere buone cose, nonostante i turnover e nonostante la situazione impossibile in cui si trovava. E domenica al Lambeau arrivano i Saints di Drew Brees.

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IPFN #77 – It’s a kind of magic

La fantastica vittoria di Dallas, con quel meraviglioso drive finale, ci ha fornito diversi spunti di riflessione. Parleremo di Aaron Rodgers, del nuovo attacco di Mike McCarthy, della rivelazione Aaron Jones, nonchè del figliol prodigo Damarious Randall. In più, uno sguardo alla partita di domenica a Minneapolis, con un occhio particolare alla quasi certa assenza di Morgan Burnett.

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