IPFN #45 – Che noia che barba

IPFN SmallIl Super Bowl vinto dai Denver Broncos ha ufficialmente dato il via ad una lunghissima, noiosissima offseason. Prendendo spunto proprio dalla vittoria di Denver a Santa Clara, parleremo di free agency e dei diversi modi per costruire un roster vincente. In più, le novità nel coaching staff dei Packers, l’ingresso di Brett Favre nella Pro Football Hall of Fame, e alcune informazioni sul secondo raduno nazionale dei tifosi italiani dei Packers.


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Road To Felice

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Questo sono io, Felice, nella foto dell’annuario di quinta superiore.

Mentre io sono qui seduto sulla sedia della mia piccola scrivania a calarmi la roba tagliata male di Guion e a scrivere questo articolo, da qualche parte in quel della California due team si stanno preparando per quella che sarà la serata conclusiva di questa stagione NFL.

Mi piacerebbe tantissimo poter adesso parlare da tifoso interessato di questa partita ma purtroppo i miei amati Green Bay Packers non hanno voluto deliziarci della loro presenza al Super Bowl in questa storica annata per lo sport dalla palla ovale.

Una vera sfortuna perché i presupposti per fare bene in questa stagione c’erano veramente. Infatti, con il nostro super attacco guidato da Aaron Rodgers, pronto a servire palloni con il contagiri a Jordy Nelson, Randall Cobb e a dei giovani ricevitori con grandi prospettive, avremmo dovuto sopperire al nostro problema principale ovvero una difesa non all’altezza dei compagni del reparto offensivo.

Tutto meravigliosamente bello.

Peccato che in quella inutile, maledetta e noiosa preseason il nostro WR1 “decida” di farsi saltare il ginocchio e di far esplodere ogni figura religiosa presente in tutto il Wisconsin e in tutto l’universo mondiale Green&Gold. OK. Nessun problema. Abbiamo Dio a lanciare e Cobb, Adams e Montgomery non sono così male. Se poi ci aggiungiamo il grande cuore (and The Hoodie) del rientrante James Jones dormiamo più tranquilli. Sì, beh, c’è sempre quel problema della difesa ma quest’attacco le vince le partite. La difesa deve solo prendere un misero punto in meno di quelli segnati.

Easy.

Poi però si scende in campo e se ne vincono 6 di fila. L’attacco fatica ad ingranare ma questa difesa è una sorpresa più eccitante di una Olivia Munn qualsiasi che si fa trovare nuda nel tuo letto e di certo non ti chiede se vuoi dividere una Schweppes con lei.
Vai 6-0 battendo i Bears nel “derby” a domicilio, batti i Seahawks vicecampioni in carica e i 49ers che ti hanno sempre fatto sudare. Ottimo, siamo anche un po’ in calo e in week 7 c’è pure la bye week che di sicuro ci aiuterà a ricaricare le pile.

Affermazione più falsa delle tette della Anderson. Il rientro dal bye è qualcosa di disastroso. Perdiamo subito contro i Broncos, poi contro i Panthers (che come tutti sapete saranno poi le due a contendersi il Super Bowl) e qui comincia ad aleggiare lo spettro che forse Aaron Rodgers e i compagni d’attacco stiano giocando a livelli che non gli competono.

A dire il vero, questi malati pensieri già si facevano strada durante le ultime due partite vinte ma, come ben si sa, è quando le cose vanno male che i nodi vengono tutti al pettine.

Fatto sta che nella successiva sfida divisionale contro i derelitti Detroit Lions tocchiamo il punto più basso della stagione, perdiamo la nostra terza partita di fila contro una squadra che a detta di molti era la peggiore della lega in quel momento e che in casa non ci batteva da più di vent’anni. Cominciano inoltre ad uscire le prime flebili voci che FORSE Aaron Rodgers stia giocando contro  il coach e il mondo Packers comincia a tremare (e a dividersi).

Di qui in poi la nostra stagione diventa come le mutande di una prostituta il giorno di San Valentino: un susseguirsi di su e giù che nonostante le sconfitte in casa contro Chicago e Minnesota (che oltre a farci perdere il titolo divisionale dopo anni di dominio, ci riportano indietro negli anni ‘60 in cui troviamo le ultime 3 sconfitte divisionali casalinghe nello stesso anno) e la batosta rifilataci dai Cardinals, ci vede comunque protagonisti di altrettante vittorie, le quali ci permettono di andare a giocare una Wild Card in trasferta contro dei tutt’altro che pessimi Redskins.

L’incubo di un one and done è sempre dietro l’angolo perché, nonostante gli avversari siano ampiamente alla nostra portata, l’ostacolo più duro da superare siamo noi stessi.

Ma, per parafrasare il buon Federico Buffa (e come ho già detto qualche puntata fa nel podcast IPFN), noi siamo i Packers e il più delle volte, soprattutto quando conta, quella enorme e gloriosa G che portiamo sul casco ci permette di dimenticare tutti i problemi avuti nella regoular season e di andare a vincere contro Kirk “you like that” Cousins.

Si Kirk “WE LIKE THAT!!”.

Purtroppo però il sogno della #RoadTo50 si infrange laddove, nella stagione regolare, si era toccato il punto più basso, ovvero al University of Phoenix Stadium di Glendale, Arizona. La partita va completamente al contrario della prima, i Packers danno del filo da torcere ad una delle migliori squadre della lega e solo una piccola (ENORME) dose di sfortuna ci costringe alla sconfitta (prima il ridicolo infortunio di Randall Cobb causato dal microfono di NFL Films e poi quel rocambolesco TD pass a qualche minuto dalla fine). I Packers e soprattutto il suo condottiero Aaron Rodgers tuttavia sono duri a morire e per la seconda volta in stagione (dopo Detroit) il miglior QB della lega (sì, anche meglio di Weeden) decide di regalare una bomba da 60 yards a Jeff Janis che permette alla franchigia del Wisconsin di portare la partita all’overtime.

L’ultima azione stagionale dei Green Bay Packers però resterà il coin toss prima del supplementare perché poi in campo si vedranno solo gli Arizona Cardinals: la difesa purtroppo crolla psicologicamente e tatticamente nel momento meno opportuno della stagione e a Larry Fitzgerald bastano due giochi per decretare la fine di una pazza stagione targata Green&Gold.

Si è conclusa quindi anche quest’anno prematuramente la nostra corsa al titolo ma noi siamo i Green Bay Packers e già dal giorno dopo la sconfitta patita contro i Cardinals siamo già tutti focalizzati verso un unico e solo obbiettivo.

Road to 51 and Go Pack GO!!

Felice Nessuno

Packers, i voti al Draft 2015

Una squadra arrivata a qualche colossale stupidata in meno dal guadagnarsi il diritto di rappresentare la propria Conference nel Super Bowl, tanto male non deve essere. E deve aver pensato la stessa cosa anche Ted Thompson nell’approcciarsi al Draft di Chicago dello scorso maggio.

Per un GM abituato a costruire il proprio roster al 90% tramite il “Draft & Develop”, la selezione dei giocatori provenienti dal college è fondamentale non solo nell’immediato, per garantirsi cioè giocatori in grado di contribuire fin da subito alla causa, ma anche in un’ottica di medio periodo, per dare cioè continuità al progetto e far fronte ad eventuali partenze nel corso delle successive offseason con giocatori che possiedano già qualche esperienza nel sistema.

Questo approccio ambivalente è stato evidente nel corso dell’ultimo Draft, in cui Thompson ha selezionato sia giocatori a cui sarebbe stato richiesto di contribuire fin da subito (Demarious Randall e Quinten Rollins ad esempio, che dovevano colmare il vuoto lasciato nelle secondarie dalle partenze di Tramon Williams e Davon House), ma anche giocatori il cui contributo sarebbe stato gradito in caso di necessità, ma non fondamentale fin dall’inizio dato che, appunto, le basi da cui partiva il roster erano piuttosto solide.

Analizzare a posteriori le scelte fatte a maggio 2015 è una operazione che lascia il tempo che trova, specie se non si ha l’onestà intellettuale di considerare anche il mindset con cui queste scelte sono state fatte lasciando fuori dalla discussione il famoso “senno di poi”.

Per giudicare l’ultima Draft Class dei Packers quindi, mi limiterò a considerare quali erano le aspettative e le necessità quando queste scelte sono state fatte, lasciando fuori dalle mie considerazioni il fatto che Ted Thompson non possegga la palla di vetro, o l’illusoria (ma, pare, diffusa) aspettativa per la quale un draft possa considerarsi di successo solo se tutti i giocatori selezionati contribuiscono fin da subito.



Demarious Randall, CB (1st Round, 30esima scelta assoluta, Arizona State)
Snap giocati in Difesa: 870 (73,5% degli snap difensivi)

Il Draft 2015 di Ted Thompson è iniziato col botto. La reazione di molti (me compreso) al momento dell’annuncio di Demarious Randall è stata: “Chi????!?!?!”. Il GM nella conferenza stampa immediatamente successiva all’annuncio ha chiarito che a Green Bay Randall avrebbe giocato cornerback, nonostante ad Arizona State avesse giocato safety. Una scelta rischiosa, quella di far giocare CB in NFL un giocatore con limitata esperienza nel ruolo (vi aveva giocato solo al community college, prima di trasferirsi ad Arizona State), specie nel momento in cui, viste le partenze in free agency, sarebbe stato chiamato a dare il suo contributo fin da subito. Iniziato il training camp come prima alternativa a Sam Shields e Casey Hayward, in poco tempo ha scalzato il secondo dal ruolo di cornerback esterno titolare. E’ ben lontano dall’essere un prodotto finito ovviamente, vista la scarsa esperienza nel ruolo, ma ha fin da subito dimostrato un buon istinto, una grande work ethic, e la tendenza a parlare coi fatti in campo (a differenza di molti suoi colleghi che si fregiano del titolo di “shutdown corner”). A volte ha patito nel coprire i WR1 concedendo qualche big play di troppo, ha dimostrato lacune mentali in zone coverage e difficoltà nel coprire adeguatamente le crossing routes, così come in alcune occasioni ha mancato dei placcaggi per troppa aggressività. Allo stesso tempo però ha fatto dei grandi big play (gli intercetti a Peyton Manning e Cam Newton, qualche placcaggio da “greatest hits”, il passaggio deflettato che ha posto fine alle speranze di rimonta dei Chargers al Lambeau in Week 6) ed è sempre sembrato “sul pezzo”, mai sopraffatto dagli eventi nè dopo un big play nè, soprattutto, dopo un errore. E’ stato eletto “NFL Rookie of the Month” in novembre. In diverse partite, causa la prolungata assenza per concussion di Sam Shields, è stato il cornerback #1. Difetti ed aspetti da migliorare ce ne sono ovviamente, ma se i Packers nel 2015 sono stati la sesta migliore difesa sui passaggi della NFL, il merito è anche suo.

Le sue statistiche stagionali, in 17 partite (ha saltato la sfida di Week 13 contro Detroit per infortunio), di cui 11 da starter:

69 placcaggi, 16 passaggi difesi (team-high), 4 intercetti (1 riportato in TD).


Quinten Rollins, CB (2nd Round, 62esima scelta assoluta, Miami of Ohio)
Snap giocati in Difesa: 356 (30,1% degli snap difensivi)
Snap giocati negli Special Teams: 218 (43,1% degli snap totali degli ST)

Secondo giro, secondo regalo per Thompson, con un’altra scelta a sorpresa. Rollins è arrivato al Draft NFL dopo un solo anno di college football, come 5th year Senior a Miami (OH) dopo quattro anni di college basketball. La sua esperienza come cornerback quindi, era ancora minore rispetto a quella di Randall. Visto da molti, in prospettiva, come una safety più che un cornerback, nel suo primo anno da pro ha giocato cornerback, sia nello slot che all’esterno, in un ruolo più limitato rispetto a Randall ma ugualmente con ottimi risultati. Autore di due intercetti, di cui uno riportato in TD, in Week 5 contro i Rams, ha dimostrato grande istinto e grandissimi doti di placcatore. La sua stagione è stata ottima dal punto di vista dei numeri se si considera che tra i rookie cornerbacks è stato quello che ha concesso il passer rating inferiore (58.4). Dopo aver giocato appena il 30% degli snap difensivi nel 2015, il suo ruolo potrebbe aumentare nel 2016 se, come sembra, Casey Hayward dovesse partire verso altri lidi durante la free agency. 

Le sue statistiche:

31 placcaggi, 6 passaggi difesi, 2 intercetti (1 riportato in TD).

 


Ty Montgomery, WR (3rd Round, 94esima scelta assoluta, Stanford)
Snap giocati in Attacco: 242 (18,7% degli snap offensivi)

I più attenti ricorderanno come la scelta di un WR al terzo giro del Draft sia stata accolta con scetticismo. Con Jordy Nelson e Randall Cobb stelle assolute, Davante Adams dato da tutti come in rampa di lancio verso l’Olimpo dei Grandi, e Jeff Janis e Jared Abbrederis ancora unproven ma con grande upside, la scelta di un altro ricevitore, con uno dei premium picks del Draft, sembrava sconsiderata. Specie nel momento in cui (quella che per tutti era) la grande lacuna del roster dei Packers (la posizione di inside linebacker) non era ancora stata colmata.

Eppure, nel corso della stagione, si è visto come questa scelta fosse non solo azzeccata, ma anche lungimirante. Intanto con l’infortunio di Nelson a Pittsburgh nella seconda di preseason i Packers si sono ritrovati fin da subito senza la propria star nel gioco aereo. Randall Cobb poi ha iniziato la stagione non al meglio a causa un infortunio, Davante Adams si è a sua volta infortunato e ha spesso giocato al di sotto delle aspettative, mentre Jared Abbrederis, dopo aver saltato quasi tutto il training camp a causa di una concussion, ha iniziato la stagione in Practice Squad. Insomma, fin da subito è stato necessario l’apporto di Montgomery non solo come kick-off returner (dove ha fatto vedere ottime cose sin da Week 1), ma anche e soprattutto in attacco.

Guadagnatosi immediatamente la fiducia di Aaron Rodgers (che aveva un passer rating di 158.3 quando lanciava verso di lui), il suo ruolo in campo è costantemente aumentato nel corso delle prime settimane della regular season, tanto da giocare non solo nello slot o come ricevitore esterno, ma anche partendo dal backfield in “pacchetti” a-là-Cobb (dopo il Draft era stato descritto dal Director of Player Personnel Eliot Wolf come “a bigger Randall Cobb”).

Il suo sviluppo si è purtroppo interrotto all’inizio della partita di Week 6 contro i Chargers al Lambeau, quando una ankle injury lo ha costretto ad uscire dal campo e, tra progressi e ricadute, non gli ha più consentito di giocare un singolo snap in stagione.

I suoi numeri, prima dell’infortunio, dicono:

6 partite, 15 ricezioni, 136 yards (9.1 ypc), 2 TD; 3 corse, 14 yards (4.7 di media a portata).

Con lui, nonostante l’assenza di Jordy Nelson, l’attacco dei Packers era dinamico e meno prevedibile, tant’è che il record stagionale recitava 6-0 prima del suo infortunio.



Jake Ryan, ILB (4th Round, 129esima scelta assoluta, Michigan)
Snap giocati in Difesa: 329 (27,8% degli snap difensivi)
Snap giocati negli Special Teams: 227 (44,9% degli snap totali degli ST)

Divenuto starter in Week 13 più per mancanze altrui (in particolare di Nate Palmer, che a sua volta si era trovato catapultato tra i titolari dopo l’infortunio di Sam Barrington) che per meriti propri, ha fatto vedere diverse buone cose, unite a rookie mistakes e carenze fisiche. Per definizione i 4th round picks sono work in progress del resto, quindi forse aspettarsi tanto da Ryan nel suo anno da rookie era chiedere troppo. Ugualmente, riguardando i suoi snap difensivi, è chiara una certa mancanza di velocità e quickness in coverage, specie se accoppiato a runningback veloci e sguscianti (David Johnson di Arizona, ad esempio, in Week 16 si è preso spesso gioco di lui, ma va detto che Johnson nel 2015 si è preso gioco di molti). Questa carenza in coverage difficilmente farà di lui un linebacker in grado di giocare tre down (cosa comunque non necessariamente richiesta nello schema difensivo di Capers, che utilizza sempre la dime defense con un solo inside linebacker sui terzi down). Quando si tratta di difendere sulle corse, in diverse occasioni ha faticato ad uscire dai blocchi, altre volte invece ha dimostrato ottima awareness, unita alla capacità di seguire l’azione giocando sideline-to-sideline. Insomma, le premesse perchè diventi un discreto run stuffer ci sono. Gli aspetti da smussare, ed il tempo per farlo, anche.


 

Brett Hundley, QB (5th Round, 147esima scelta assoluta, UCLA)

La trade-up imbastita da Ted Thompson per selezionarlo all’inizio del 5th Round ha suscitato non poche perplessità, lo scorso maggio, tra tifosi ed addetti ai lavori. Per muoversi di 19 posizioni dalla 166esima alla 147esima scelta assoluta, che apparteneva a New England, Thompson ha infatti rinunciato alla 247esima scelta assoluta, impiegando sostanzialmente due scelte (quinto e settimo giro) per portare il QB di UCLA a Green Bay.

Prima di parlare nel dettaglio della stagione di Hundley, è utile anche andare a vedere chi effettivamente Ted Thompson si sia lasciato “scappare” in questa contestata trade-up. Con la 166esima scelta assoluta i Patriots hanno selezionato il long snapper Joe Cardona, da Navy. Diventato LS titolare, ha giocato in tutte le partite nel 2015. Con la 247esima scelta assoluta Bill Belichick ha invece selezionato il cornerback Darryl Roberts, da Marshall, finito nella season-ending IR ad inizio settembre per un infortunio patito nella prima partita di pre-season, il 13 agosto scorso, proprio contro i Packers. Insomma, l’impatto di questi due giocatori, per New England, è stato minimo (certo, Cardona è diventato titolare, ma in un ruolo, quello di long snapper, per il quale spesso e volentieri le squadre NFL pescano tra gli undrafted free agents).

Tornando ad Hundley, da third string quarterback non ha mai ovviamente visto il campo nel corso di stagione regolare e playoff. Quindi, come nel caso dei due giocatori selezionati dai Patriots con le scelte originariamente dei Packers, l’impatto è stato prossimo allo zero. Ha però fatto vedere ottime cose nel corso della pre-season, mettendo a referto numeri di tutto rispetto:

45/65, 630 yards, 69,2% di completi, 9,7 yards per completo, 7 TD, 1 INT.

Il suo passer rating di 129,6 è peraltro risultato il più alto tra tutti i QB della NFL nel corso della Preseason 2015. Insomma, nel sample limitato (e scarsamente competitivo) della preseason, Hundley ha dimostrato di avere buone basi da cui partire (e la preseason è il punto da cui ogni rookie parte per far vedere di poter stare in questa lega). Già quest’anno, con Scott Tolzien nuovamente in scadenza contrattuale, Hundley potrebbe fare un ulteriore passo in avanti nella depth chart e diventare il backup di Aaron Rodgers. E chi ricorda il 2013 sa quanto sia importante avere un backup all’altezza, per qualsiasi evenienza.


 

Aaron Ripkowski, FB (6th Round, 206esima scelta assoluta, Oklahoma)
Snap giocati in Attacco: 18 (1,4% degli snap offensivi)
Snap giocati negli Special Teams
: 308 (60,9% degli snap totali degli ST)

Qui sono abbastanza di parte, ma il buon Aaron, scarsamente utilizzato in attacco nel 2015, si è distinto per una azione fenomenale l’unica volta in cui gli è stata messa in mano la palla in regular season (in Week 9 contro i Carolina Panthers), e per ottimi blocchi e placcaggi nei rinnovati Special Teams di Ron Zook. Secondo in depth chart dietro al folk hero e Pro-Bowler John Kuhn, nel corso di questa stagione ne ha sicuramente studiato movenze e look (epica la barba da taglialegna che ha tenuto per tutta la stagione). Con l’incertezza riguardo il ritorno di Kuhn nel 2016 (diventerà nuovamente free agent a marzo, con un anno in più sul groppone), The Ripper potrebbe ritrovarsi ad essere lo starting fullback.

Sua peraltro anche la quote dell’anno, puro concentrato di “ignoranza” e voglia di fare: “I like running around hitting people and helping the team”.


 

Christian Ringo, DL (6th Round, 210ma scelta assoluta, Lousiana-Lafayette)


Unico della Draft Class 2015 a non finire nell’active roster, ha trascorso l’intera stagione nella Practice Squad. Nei tagli di fine preseason gli era stato preferito Bruce Gaston, poi a sua volta tagliato per far posto nei 53 a Jared Abbrederis (e finito successivamente ai Chicago Bears). Il suo sviluppo sembra comunque procedere bene, a giudicare dall’aumento salariale che a metà novembre lo ha fatto passare da un guadagno settimanale tipico di un giocatore della PS (6600 dollari a settimana) a quello di un giocatore dell’active roster (25mila dollari a settimana, che nell’arco di una stagione equivarrebbero ai 435mila dollari annui che costituiscono il veteran minimum per i giocatori inseriti nel 53-man roster).



Kennard Backman, TE (6th Round, 213esima scelta assoluta, Alabama-Birmingham)
Snap giocati in Attacco: 11 (0,9% degli snap offensivi)

Quasi un redshirt year il suo 2015. Ha visto il campo pochissime volte, e per lo più negli Special Teams (dove si è peraltro fatto notare giusto per il fondamentale “apporto” nella riuscita di un fake punt di Minnesota in Week 17 al Lambeau). Nonostante le evidenti difficoltà degli altri tight-end a roster, non è riuscito a meritarsi la possibilità di un extended look in campo. Il prossimo Training Camp sarà decisivo: dovesse “ciccare” nuovamente, anche con il nuovo TE-coach Brian Angelichio, per lui potrebbero spalancarsi le porte della…disoccupazione.


Conclusioni

Otto scelte, quattro giocatori offensivi e quattro giocatori difensivi.

Come sappiamo il reparto che più ha sofferto nel corso della stagione 2015 è stato l’attacco, cosa abbastanza difficile da prevedere ad inizio stagione considerando la costante potenza dell’unità di Aaron Rodgers e Mike McCarthy nel corso degli anni. Dopo aver rifirmato Randall Cobb e Bryan Bulaga, confermando in blocco il miglior attacco della stagione 2014, i quattro giocatori offensivi selezionati da Thompson erano sostanzialmente progetti, in una unità che, a detta di tutti, non avrebbe avuto bisogno di innesti tra gli starter. Montgomery avrebbe dovuto contribuire per lo più come ritornatore, almeno all’inizio, senza tutti gli infortuni che hanno flagellato fin dalla preseason il reparto dei ricevitori. Quando chiamato in causa in attacco ha però dato un contributo importante, prima di infortunarsi a sua volta. Hundley è stato una opportunità nel quinto giro (un giocatore dato fino al 2014 come first rounder talent, caduto al quinto giro appena un anno dopo), ma si sapeva fin dall’inizio che avrebbe avuto la possibilità di contribuire solo in prospettiva, per esempio nel corso di questa offseason diventando il QB2. Allo stesso modo la selezione di Ripkowski doveva servire a modellare il fullback del futuro, per prepararsi all’ormai sempre più vicino ritiro di Kuhn, mentre Backman, per quanto sarebbe stato utile, col senno di poi, un suo sviluppo più rapido, iniziava la stagione come terzo tight-end a roster in un attacco che, da qualche anno a questa parte, non fa dei tight-end il proprio bread&butter. Obiettivamente, Thompson non si aspettava un contributo immediato da parte di questi quattro giocatori, e, in larga parte, non lo ha avuto. Ciò non significa però che siano state scelte errate. Anzi, come ho cercato di spiegare, penso non lo siano affatto.

Passando ai quattro giocatori selezionati in difesa invece, l’unico a non aver contribuito affatto, ossia Ringo, appartiene ad un reparto che si è dimostrato il punto di forza, sia in quanto a prestazioni che in quanto a profondità, della difesa di Dom Capers: la defensive line. Il suo contributo immediato non era previsto, nè è stato necessario, ed il suo sviluppo per quanto detto sopra pare procedere bene quindi il giudizio non può che essere rimandato alla prossima stagione dove, complici alcuni contratti in scadenza, potrebbe essere chiamato a dimostrare la propria utilità, partendo però da un anno di esperienza nel sistema.
Randall e Rollins hanno dato un grande contributo, il primo come starter e l’altro principalmente come giocatore di rotazione, nella sesta miglior difesa contro i passaggi della NFL, non facendo rimpiangere i due veterani che dovevano sostituire e lasciando intuire di avere persino margini di miglioramento, considerando la scarsa esperienza maturata al college nel ruolo. Ryan non è stato draftato per essere la soluzione definitiva ai problemi (veri o presunti) ad inside linebacker (di solito gli instant starter vengono pescati entro i primi due-tre round, e credere che Thompson abbia draftato Ryan al quarto giro credendolo migliore dei prospetti da primo o secondo round è semplicemente ridicolo), ma per essere sviluppato ed inserito gradualmente in una difesa che inizialmente vedeva davanti a lui in depth chart Clay Matthews e Sam Barrington (i due starter di inizio stagione) ma anche Nate Palmer. L’infortunio di Barrington in Week 1 a Chicago, unito alle mancanze di Nate Palmer, ha affrettato la necessità di un ingresso tra i titolari di Ryan, e, pur tra incertezze, carenze e rookie mistakes, ha fatto la propria parte. Aspettarsi che fosse la seconda venuta di Ray Lewis, o paragonarlo ad altri inside linebackers draftati al secondo giro, è mistificazione e malafede.

Per quanto detto, il mio voto al Draft 2015 dei Packers è 7.


Salvatore Ioppolo